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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/139


LA DONNA SOLA 133

Filiberto. Certo la stima vostra mi reca un sommo onore.

Ma ditemi sincera, come si sta d’amore?
Berenice. D’amor io sto benissimo.
Filiberto.  Per chi?
Berenice.  Siete pur caro!
Filiberto. No, donna Berenice, mi avete a parlar chiaro.
Berenice. Vorreste ch’io venissi col cuore alla carlona,
Che vi dicessi tutto. Oibò, non son sì buona.
Filiberto. Qual riguardo vi rende con me sì riservata?
Berenice. Riguardo di non essere derisa e beffeggiata.
Filiberto. Or bene, per provarvi che tal sospetto è vano,
Che son sincero e onesto, prendete, ecco la mano
Senza far più dimora...
Berenice.  Signor, non tanta furia.
Non sono una villana da farmi tal ingiuria.
Filiberto. Vi offendo ad esibirvi la man, se il cuor vi diedi?
Berenice. Vi par che sia faccenda da far così in due piedi?
Filiberto. Lo confesso, a ragione voi mi rimproverate.
Farò quel che conviene; che ho da far? comandate.
Berenice. Soffrir pazientemente, o che con voi mi sdegno.
Filiberto. Lungamente soffrire, signora, io non m’impegno, (s’alza)
Berenice. Dove andate?
Filiberto.  A cercare la smarrita mia quiete.
Berenice. Siete qui sulle spine?
Filiberto.  Parmi che sì.
Berenice.  Sedete.
Filiberto. Consolatemi almeno. (sedendo)
Berenice.  Di consolarvi io bramo.
Filiberto. Ardo per voi d’amore.
Berenice.  Lo credo. Ed io non v’amo?
Filiberto. Lo saprò, se mei dite.
Berenice.  Di me cosa pensate?
Filiberto. Non saprei.
Berenice.  Siete caro!
Filiberto.  Mi amate, o non mi amate?