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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/138

132 ATTO SECONDO

Son certa che per questo non sarà disgustato.

Anche quegli altri amici han tutti il loro merto,
Ma quei che più mi premono, son Claudio e Filiberto:
Filiberto. Compatite, signora, se con indiscretezza
V’ho troncato il piacere di qualche stolidezza.
Berenice. Certo mi ha fatto ridere don Pippo la mia parte;
Ma per don Filiberto tutto si lascia a parte.
Filiberto. Bene obbligato. In grazia, fino che soli siamo,
Permettete, signora, fra noi che discorriamo.
Berenice. Volentieri. Possiamo seder.
Filiberto.  Come v’aggrada. (siedono)
Berenice. (Vedrò com’egli viene, e andrò per ogni strada).
(da sè)
Filiberto. Prevedete il motivo, per cui la grazia chiedo
Di favellarvi solo?
Berenice.  Sì, signor, la prevedo.
Filiberto. Come sta il vostro cuore?
Berenice.  Sta bene, a quel ch’io veggio.
Filiberto. E il mio sta così male, che non potria star peggio.
Berenice. Perchè?
Filiberto.  Per un difetto suo naturale antico,
Che della sofferenza suol renderlo nemico.
Berenice. Fate sia tollerante, che ne avrà merto e gloria.
Filiberto. Ecco, del mio rivale sicura è la vittoria.
Berenice. Qual rivale?
Filiberto.  Don Claudio.
Berenice.  Voi vivete ingannato.
Filiberto. Non amate don Claudio?
Berenice.  Non l’amo, e non l’ho amato.
Filiberto. Dunque a me il vostro cuore dona la preferenza.
Berenice. Vi par che questa sia sicura conseguenza?
Filiberto. Ho da temer in altri chi al desir mio contrasti?
Berenice. Non temete nessuno, lo giuro, e ciò vi basti.
Filiberto. Se altri temer non deggio, dunque io sarò il primo.
Berenice. Caro don Filiberto, io vi rispetto e stimo.