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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/134

128 ATTO SECONDO

Berenice. Oh signor, cosa dice?

Un cavalier suo pari? sarei troppo felice.
Lucio. Dunque risoluzione.
Berenice.  Ne parlerem fra poco.
Intanto non pensate d’andare in altro loco.
La mia conversazione dev’essere la sola
Ch’è da voi frequentata.
Lucio.  Vi do la mia parola.
Berenice. (Eccolo anch’ei fissato con tal speranza in petto), (da sè)
Lucio. (Almeno avrò una moglie che ha per me del rispetto).

SCENA V.

Filippino e detti.

Filippino. Signora, è qui don Pippo.

Berenice.  Venga, se l’accordate.
(a don Lucio)
Lucio. L’ignorante m’annoia; ritornerò, scusate.
Berenice. Egli è al pranzo invitato.
Lucio.  Lo so, me ne dispiace.
È nato bene anch’egli, ma il suo stil non mi piace.
Vuol far l’uomo saccente, ed è un ver babbuino.
A tavola, badate, io non lo vo’ vicino.
Berenice. A un cavalier sì degno sceglier io lascio il posto.
Lucio. (Oh che compita donna! ) Ritornerò ben tosto.
(s’inchina, e parte)

SCENA VI.

Donna Berenice, Filippino, poi don+ Pippo.

Berenice. Fa che venga don Pippo.

Filippino.  Eccol ch’ei viene innanti.
(Ecco il vero esemplare degli uomini ignoranti). (da sè)
Berenice. Se vincere vo’ il punto, che m’ho fissato in mente,
Con tutti usar convienmi uno stil differente.