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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/130

124 ATTO SECONDO

Essere per esempio... non mi capisce ancora?

Lucio. Bene, bene, va tosto; di’ che la sto aspettando.
Filippino. Servo di vossustrissima. A lei mi raccomando, (parte)

SCENA II.

Don Lucio, poi Isidoro.

Lucio. Costui non mi dispiace; sa la creanza almeno.

Veggo che tutto il mondo di malcreati è pieno.
Molti negan di darmi il titol che mi tocca,
Altri dell’illustrissimo mi danno a mezza bocca.
Sono tre anni e più, che nobile son fatto,
Che colla nobiltà gioco, converso e tratto,
E l’ignorante volgo audace, invidiosissimo,
Nega il più delle volte di darmi l’illustrissimo.
Isidoro. Schiavo, amico. (ridendo)
Lucio.  Divoto.
Isidoro.  Vado, e torno repente.
Cospetto! vuò che stiamo tutt’oggi allegramente.
Noi pranzeremo insieme da donna Berenice.
Se in compagnia si mangia, mi par d’esser felice.
Brindisi alla salute del bevitor più bravo;
E che si mangi e goda, e che si beva, e schiavo.
(parte)

SCENA III.

Don Lucio, poi don Agapito.

Lucio. Una volta ancor io brillava in società.

Ma dopo ch’io son nobile, mi ho posto in gravità.
Non vuò sedere a tavola vicino a questo pazzo,
Per non soffrir ch’ei m’abbia a dir qualche strapazzo.
I scherzi delle tavole, è ver, son buoni e bei,
Ma devesi rispetto portare ai pari miei.
Agapito. (Saluta un poco don Lucio senza parlare, camminando.)