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LA VILLEGGIATURA 67


Paoluccio. A batterci colla spada.

Ciccio. Colla spada?

Paoluccio. Sì, colla spada.

Lavinia. Eh, non fate. (a don Paoluccio)

Paoluccio. (Contentatevi; anderà bene, un caso simile è accaduto a Brusseles). Avete coraggio? (a don Ciccio)

Ciccio. Ho coraggio, sicuro.

Paoluccio. Andiamo dunque.

Ciccio. Andiamo.

Paoluccio. Seguitemi. (parte)

Ciccio. Vengo.

Florida. Eh via, don Paoluccio, non istate a precipitare. (parte dietro a don Paoluccio)

Ciccio. Lasciatelo fare.

Lavinia. (Le preme che non precipiti don Paoluccio. Come presto si è interessata per lui). (da sè, e parte)

Ciccio. Gl’insegnerò io, come si tratta.

Mauro. Caro amico, fermatevi; lasciate operare a me.

Ciccio. No certo; voglio soddisfazione.

Mauro. Portate rispetto al padrone di casa.

Ciccio. Non conosco nessuno.

Mauro. Volete battervi con don Paoluccio?

Ciccio. Battermi con don Paoluccio.

Zerbino. Signori, con licenza. Il signor don Paoluccio fa divotissima riverenza al signor don Ciccio, e gli manda queste due spade, perchè scielga delle due quella che più gli piace.

Ciccio. (Ora son nell’impegno). (da sè)

Mauro. Animo dunque; già che siete risoluto, scegliete.

Ciccio. Orsù, ho pensato a quello che mi avete detto. Non voglio che per causa mia si funesti la conversazione. Le donne si spaventano; la villa si mette sossopra. Vedete voi di accomodarla amichevolmente. Fatemi dare qualche onesta soddisfazione, e dono tutto, mi scordo tutto; non crediate già ch’io lo faccia per paura di don Paoluccio, ma lo faccio... perchè son generoso.