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L'AMANTE DI SÈ MEDESIMO 485

SCENA IX.

Frugnolo lacchè, e detti.

Frugnolo. Signor.

Conte.   Che cosa vuoi?
Frugnolo.   È giunto il feudatario.
Conte. Lo so.
Frugnolo.   Dice la moglie del signor commissario...
Conte. Va via.
Bianca.   Che cosa dice? Madama che comanda?
Conte. Vattene.
Frugnolo.   Al signor Conte di cuor si raccomanda.
Conte. Non vuoi andar?
Frugnolo.   Signore...
Conte.   Altro sentir non voglio.
Frugnolo. Basta; le sue preghiere vi manda in questo foglio.
(mostra una lettera)
Conte. Recalo a chi tel diede.
Bianca.   Eh, diamogli un’occhiata.
(vuol prender la lettera)
Conte. Eh maladetto il foglio, il messo e l’imbasciata.
(straccia la lettera, e la getta in faccia a Frugnolo)
Frugnolo. (Parte.)
Bianca. Or che vi vedo acceso d’insolito furore,
Signor, quel che vi accende, ditemi, è sdegno o amore?
Conte. Vorrebbe ch’io parlassi al marchese Fernando.
Bianca. Sarà, me lo figuro, di madama un comando.
Conte. È il marito, che chiede d’essere confirmato.
Bianca. Ma vi averà, m’immagino, madama supplicato.
Conte. Di queste seccature non curo, e non ne voglio.
Bianca. Avete fatto male a lacerar quel foglio.
Conte. Non l’avrei lacerato, se stima io ne facessi.
Bianca. Potreste averlo fatto, perch’io nol leggessi.
Conte. Ecco un sospetto nuovo.