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484 ATTO TERZO
Saprà che la mia casa non cede in nobiltà

A quelle che sostengono l’onor della città.
Non son prence d’altezza, ma il feudo ch’io possedo
Ha tale indipendenza, che a un principe non cedo.
Non sono un amorino, nè l’idolo de’ cuori,
Ma non penai gran cosa a mendicar favori.
E per mia gloria somma, so che di me s’è accesa,
Fra tante e tante dame, la signora Marchesa.
Marchesa. Io? Mentite.
Conte.   Una donna, sia semplice, sia ardita,
A un uom impunemente può dare una mentita.
Rispondervi saprei; ma taccio, e non m’impegno.
Con femmine mi scaldo per altro che per sdegno.
Marchesa. Se fossi a testa a testa, io vi risponderei.
Deggio tacer per ora. Scaldatevi con lei.
(adirata, accennando donna Bianca; e parte)

SCENA VIII.

Donna Bianca ed il Conte.

Bianca. Certo mi duol nell’anima, caro Contino amato,

che voi per colpa mia vi siate inquietato.
Conte. Non m’inquietai per questo. Distinguere conviene
L’ingiuria di parole dal labbro donde viene.
Una donna adirata può dir quel che le pare;
Il sangue per sì poco non vogliomi guastare.
Bianca. Per lei non vi adirate, che tanto disse e tanto;
Ed io vi movo a sdegno perfino col mio pianto?
Conte. Questa è la differenza, questo è d’amor il segno.
Con donna che non amo, di dentro non mi sdegno.
E se di voi mi accende un gesto, una parola,
Provien perchè v’adoro teneramente e sola.
Bianca. Quando è così, perdono a tutte le vostr’ire.
Conte. (In balsamo il veleno è ben di convertire). (da sè)