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L'AUTORE

A CHI LEGGE.1

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Q

UESTA Commedia, che è stata assai fortunata nel buon incontro, svegliò qualche disputa sull’argomento. Pochi hanno riconosciuto nel Protagonista l’Amante di sè stesso, aspettandosi la maggior parte per un sì fatto titolo un uomo abbandonato a quelle disordinate passioni, che sogliono derivare dallo smoderato amor proprio. Quando io avessi fatto prevalere nel mio Protagonista una forte passione, o un vizio, o un difetto, avrei da quello denominato il di lui carattere, e avrei intitolata la Commedia, o il Superbo, o l’Avaro, o il Dissoluto ecc.; ma quando dico soltanto l’Amante di se stesso, mi figuro un Uomo non trasportato da veruna passione, ma ragionevole, padrone di se medesimo, che sente l’umanità, e gli appetiti, e i piaceri, ma che nell’occasione di prevalersi di alcuni beni, o di alcuni comodi, cerca di appagare sè stesso, senza assoggettarsi agli usi molesti della società, a certi inutili rispetti umani, o al fanatismo di una soverchia delicatezza, senza offendere l’onestà e il buon costume. Per esempio: un galant’uomo a’ dì nostri contrae un’amicizia con un’amabil Signora, prende impegno di servirla, la serve, e coll’andar del tempo scopre i difetti, e trova incomoda la servitù. L’uomo appassionato non sa distaccarsi; l’uomo debole soffre con dispiacere la sua catena; il politico per convenienza sta saldo. L’amante di sè stesso la pianta a drittura. Dicono alcuni: per una sì fatta ragione l’Amante di sè stesso non dovria maritarsi, temendo la noia di una indissolubil catena. Dirò a tal proposito, che così pensa chi ama veramente sè stesso, ma all’incontro il mio Protagonista ha tante prove di virtù, di fedeltà, di amore della sua Bella, che si reputerebbe infelice a perderla, e per amor proprio la sposa.

  1. Questa prefazione fu stampata in testa alla commedia, nel t. VI (1760) dell’ed. Pitteri di Venezia.