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LA DONNA STRAVAGANTE 221
Livia. Non merta la mia mano, chi non ha in seno un core

Di sofferir capace le prove dell’amore.
Di grado e maggioranza i dritti altrui non cedo,
Ma il cuore ad un ingrato di vendere non chiedo.
Il Cavalier sen vada. Freni colei l’orgoglio.
Non si violenti un cuore; dirvi di più non voglio, (parte)
Riccardo. Chi ’l paragon vuol pingere di donna come questa,
Descriva dell’oceano i venti e la tempesta;
Che la pareggi al fulmine, che la somigli al foco,
Canti le furie e i demoni; e poi soggiunga, è poco.
Che ve ne pare?
Rinaldo.   Oh stelle! m’insulta, e m’innamora.
Riccardo. Irriterebbe un sasso, e voi l’amate ancora?
Rinaldo. L’amo, ve lo confesso; così vuol la mia stella:
È donna Livia ingrata, ma donna Livia è bella.
Ed ho talmente un cuore ad adorarla avvezzo,
Che a struggere l’amore non basta il suo disprezzo.
So che nel pensier vostro stolto a ragion mi dite.
Ma la costanza almeno lodate, o compatite. (parte)
Riccardo. Parmi la sua costanza sì inusitata e strana,
Che ancor dubbio mi resta, ch’ei pensi alla germana.
Come soffrir si puote, come serbare affetto
Per donna, che sol desta la bile ed il dispetto?
Ira per lui svegliavami la forsennata in seno.
In caso tal ragione come tener può il freno?
Se a tal mercede ingrata non arrossisce in volto,
O don Rinaldo ingannami, o don Rinaldo è stolto. (parte)

Fine dell’Atto Primo.