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IL RAGGIRATORE 183


Eraclio. Ma perchè darmi una sì trista nuova a quest’ora? Perchè non lasciarmi almeno desinare con gusto?

Conte. Voglio anzi che mangiate con maggior quiete, con maggior piacere.

Eraclio. Consolatemi, amico. Fate che non paiano amari quei due capponi.

Claudia. Già lo prevedeva io il precipizio nostro.

Conte. Il precipizio è grande, ma vi può essere il suo rimedio.

Eraclio. Voi ci potete aiutare. (al Conte)

Claudia. Voi, Conte, colla vostra mente, coll’assistenza vostra.

Conte. Sapete chi può essere il vostro risorgimento? Quella fanciulla, quella damina, quell’unica vostra figliuola.

Eraclio. Come?

Claudia. In qual modo?

Metilde. (Se fosse vero, non mi sgriderebbe più la signora madre). (da sè)

Conte. Maritandola, assegnandole in dote il palazzo e la campagna ultimamente venduta: con un contratto anteriore ai debiti ed alla vendita respettiva. (piano, guardando che alcuno non senta) Tutto si salva, si dà stato alla figlia, e si patteggia col genero l’utile, il decoro, e la convenienza.

Metilde. Il consiglio non può essere più bello.

Claudia. Tacete voi. (a donna Metilde)

Eraclio. Non mi dispiace il progetto; ma dove ritrovare un partito, che degno sia del mio sangue?

Conte. Se l’affare non si conclude dentro di oggi, domani non siamo in tempo, per il palazzo almeno.

Eraclio. Non vorrei che mi si facesse un affronto.

Conte. L’amicizia mia vi esibisce quanto vi può esibire. Il Dottore stenderà il contratto qui sul momento, ed io vi offerisco di essere, per assicurare il vostro interesse, il fortunato sposo di vostra figlia.

Claudia. (Ah, questa sua esibizione mi desta un’orribile gelosia). (da sè)