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quest’ultimo capolavoro concludano i tentativi già per se stessi meravigliosi della commedia popolare di Carlo Goldoni. Qualche rara apparizione fece donna Rosega sulla ribalta, come per esempio nel novembre del 1827 a Milano (Teatro Re, comp. Ducale di Modena Romagnoli-Bon: v. I Teatri, giom. dramm.o, Milano, t. I, P. 2.a, p. 570): ma non osiamo affermare che oggi il pubblico le farebbe buona accoglienza. Manca nelle Massere il soffio d’umanità dei veri capolavori che resistono sul palcoscenico al tempo, manca il contrasto delle passioni; vi occupa buona parte il quadro di costume; Raimondo non ci persuade; nelle fila ben unite dell’intreccio qualche scena s’allunga forse troppo; sfuggono nella recitazione i pregi più belli del dialogo.

Il Goldoni poi, dove ne parla, sembra preoccuparsi più della morale che dell’arte. Nel capitolo ad Alvise Vendramin, per la monacazione di donna Chiara (1760), dice:

               ... Ma in casa Vendramin no gh’è sto vizio:
               Tutti xe boni, tutti xe discreti;
               E fin la servitù gh’ha bon giudizio.
          Zente in casa no i tien con quei difeti,
               Che in te le mie Massere ho colorio,
               Piene de vizi e piene de grileti.
          So Zelenza Francesco savio e pio.
               Voi che la zoventù se toga spasso,
               Ma onestamente, e col timor de Dio.

Nelle Memorie giudica la commedia utilissima a correggere le padrone, se non le serve, ma poco interessante e debole («...malgré sa foiblesse ...» l. c).! critici si mostrarono questa volta molto più teneri dell’autore. Salvo, s’intende, l’implacabile Carlo Gozzi, salvo l’implacabile Baretti, che consideravano le commedie popolari goldoniane, compresi i Rusteghi, farse basse e triviali, «guazzetti scenici» indegni della letteratura (Opere del co. C. Gozzi, I, 80, XIV, 85 [Baretti] e 121; Memorie inutili. I, 279).

Naturalmente l’ammirazione più schietta è degli scrittori o nati sulle lagune, o esperti d’ogni segreto del dialetto veneziano. Primo Pier Alessandro Paravia: «Non è il G. che ci rappresentò così al vivo ... quelle scodate fanti che rinnovano negli ultimi giorni de’ carnesciali moderni le ilarità e la licenza de’ saturnali antichi?" (Orazione in onore di C. G. recit. ai 26 die. 1830: in Op.i varii, Torino, 1837, p. 118). E con vivacità il Molmenti: «Nelle Baruffe chiozzote, nel Campielo, nelle Massere ecc. l’anima dell’artista è divenuta anima del popolo. Battono allegramente le pianelle e passano ancora sulla scena stupendamente colorite le massere ecc» (C. G., 1.a ed. Milano, 1875; 2.a ed. Ven. 1880, p. 100. — Il Masi ripete: «Nelle Baruffe, nel Campielo, nei Rusteghi, nelle Massere, nelle Donne di casa soa l’anima del poeta e quella del popolo si trasfondono completamente l’una nell’altra»: Lettere di C. G., Bologna, 1880, p. 78). Il Galanti: «Colle Massere [Gold.] ripiglia la commedia popolare in dialetto, nel qual genere e insuperabile. Il poeta descrive gli spassi d’una giornata di carnevale nella quale le donne di servizio hanno libertà di divertirsi; non v’è intreccio; sono scene, ma che colla loro vivezza tengono allegro il pubblico...» (C. G., ecc., Padova, 1882,