Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/97


IL FESTINO 91
Ma dove mi vedeste quest’oggi nel caffè,

Con tal sincero affetto mostrò parlar di me;
Mostrò cotanta pena degli spiaceri miei,
Che d’ogni mio sospetto pentimmi, e le credei.
Maurizio. Quel labbro v’ha ingannata; figlia, se così è,
Voi foste nell’udirla più debole di me.
Contessa. È ver.
Maurizio.   Qual nuovo avete motivo di lagnarvi?
Contessa. Mi sprezzano, m’insultano. Oh Dio! non vuò annoiarvi.
Maurizio. Povera figlia! andiamo.
Contessa.   Dove, signore?
Maurizio.   Al ballo.
Contessa. Ah, non ho cuore.
Maurizio.   Il piede por non si deve in fallo.
Si termini il festino, consumisi la cena;
Frenate per poch’ore nell’animo la pena;
E questa cautamente agli occhi altrui celata,
Ridicola sfuggite di farvi alla brigata.
In tempo della festa, o in tempo del convito,
Io stesso di Madama ragionerò al marito.
Con lei più non favello, starò da lei lontano,
Scorgendo che con donna si getta il tempo invano.
Mi udirà il Conte vostro, saprà la mia intenzione,
E al nuovo sol farassi miglior risoluzione.
Intanto la prudenza di regola vi sia.
Andiam, venite meco; andiam, figliuola mia. (parie)
Contessa. Vengo; pietoso il cielo conservi a me l’amore,
Se non del sposo ingrato, almen del genitore.
Oimè! mi dà conforto il genitor pietoso;
Ma quel che più mi preme, è il cuor del caro sposo.
(parte)

Fine dell’Atto Quarto.