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364 ATTO QUARTO
Che abbiano dei mezzani a trionfar le trame,

Che Roma nel teatro soffra una scuola infame.
Terenzio. Giustamente in te parla della ragione il lume;
Degn’è di correzione sì pessimo costume.
Principio a moderarlo died’io con mano ardita;
Spero cambiarlo affatto, se ’l ciel mi darà vita:
E se poter cotanto i numi a me non danno,
Faran l’opra compita gli autor ch’indi verranno.
Ma del padron ti scordi.
Damone.   Lo cerca un vecchio greco.
Terenzio. Sai che voglia?
Damone.   Nol so, poco parlato ha meco.
Del senator Lucano cercava intra la gente;
Sue voci mal intese sentii per accidente.
Per picciole monete m’offersi accompagnarlo;
Guidailo a queste soglie, sperando di trovarlo.
Tu che lo sai, m’insegna ’ve trovasi il padrone.
Terenzio. Cercalo dal pretore, da Lelio o da Scipione;
Ma fa che in questa sala passi frattanto il Greco.
Io che la Grecia scorsi, godrò di parlar seco.
Damone. Vedrai barba ateniese ridicola ed amena;
Godilo, e fa che Roma goda il ritratto in scena.
Poichè (di’ quel che vuoi) dai comici perfetti
Si fan di questo e quello ritratti maledetti. (parte)

SCENA III.

Terenzio, poi Critone.

Terenzio. Guardimi il ciel ch’i’abusi di comica licenza.

So lo scenico frizzo purgar dall’insolenza;
E quando i rei costumi deonsi trattar severi,
Usar deve il poeta rispetto agli stranieri.
Critone. Roma, superba Roma, che altera il capo estolli,
Sdegnando gli stranieri mirar dai sette colli,