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TERENZIO 353
Ma che Terenzio l’ami, finor si rende oscuro.

Eccola; può il suo labbro di ciò farmi sicuro.
Livia. (S’avanza rispettosa, e non parla.)
Lucano. Livia, so qual di figlia si desti in sen timore,
Se tocchi fian dal padre gli arcani del suo cuore.
Sia padre di natura, sialo, qual io, d’affetto,
Nell’anime ben nate imprime egual rispetto.
Prima che si discenda a ciò che in sen tu celi,
Di chi ti parla al cenno togli dall’alma i veli,
Certa che la menzogna, non il desio mi sdegna,
Certa che un cuor sincero a secondarlo impegna.
Livia. Parla, signor, ma pensa che se di te son figlia,
A farmi di te degna il cuor sol mi consiglia.
Parla, ma credi in prima, per tuo, per mio conforto,
Che fa chi vil mi crede a mia virtude un torto.
Lucano. Anzi nel dubbio ancora, per cui parlarti aspiro,
Quanto più mi lusingo, più la virtude ammiro.
Franco si sciolga il labbro: Ami Terenzio, amata?
Livia. Se schiavo amar potessi, vorrei non esser nata.
E s’egli in me tentasse sedurre un cuor romano,
Saprei, s’altri non fosse, punirlo di mia mano.
Dacchè degli avi nostri fur le Sabine umili
Rapite, e di man tolte ad uomini non vili,
Di Romolo coi figli dacchè congiunte furo,
Serbar nelle lor vene sangue romano e puro.
Nè si dirà che sia Livia la figlia indegna,
Che renderlo macchiato alle latine insegna.
Lucano. (Proviam costesto orgoglio), (da sè) Vo’ che tu l’ami.
(con impero)
Livia.   Il vuoi? (con qualche tenerezza)
Lucano. Ardirai contraddirmi? (come sopra)
Livia.   Sei padre, e tutto puoi. (come sopra)
Lucano. Sì, tutto posso, è vero, sul cuor, su’ tuoi desiri,
Ma un sacrifizio ingiusto per me far non si aspiri.
(cambiando stile)