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IL GELOSO AVARO 35

Luigi. Ci penserò. Una guantiera d’argento per il signore Pantalone, con sopra della cioccolata, un ventaglio di Francia per donna Eufemia, non saranno princìpi tanto cattivi.

Aspasia. Sperate voi che donna Eufemia voglia ricevere il ventaglio di Francia?

Luigi. Lo riceverà, se voi glielo presenterete con grazia.

Aspasia. Io gliel’ho da esibire? Mi meraviglio.

Luigi. Ecco qui: in tutto vi ha da essere la sua difficoltà; sia maledetto quando parlo con voi.

Aspasia. Zitto, acchetatevi. Ecco qui mio marito.

Luigi. Il ventaglio glielo darete?

Aspasia. Glielo darò.

Onofrio. Oh, i mille scudi vi sono. Il signor Pantalone me li ha portati iersera.

Aspasia. Ho piacere davvero.

Onofrio. Eccovi qui li cinquanta scudi.

Luigi. Cinquanta?

Onofrio. Sì, non mi avete detto cinquanta?

Aspasia. Ho detto cento.

Luigi. Cento ha detto, e non cinquanta. (adirato)

Onofrio. O cento, o cinquanta, voi non ci entrate, signor cognato.

Luigi. C’entro per mia sorella.

Aspasia. Badate a me. Vi ho pregato di cento.

Onofrio. Oh, sentite un poco questo signore che si scalda.

Luigi. Se siete uno stolido senza memoria.

Onofrio. Orsù, ve l’ho detto cento volte. In questa casa non ci voglio stare.

Aspasia. (Fratello, voi non avete prudenza).

Luigi. Via, signor cognato, compatitemi. Il mio naturale è così di parlar forte; per altro ho per voi tutta la stima, tutto il rispetto.

Onofrio. Già lo sapete, chi mi piglia colle buone, mi cava anche la camicia.

Aspasia. E così, mi date questi denari? Sì, o no?

Onofrio. Non ve li ho dati?