Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, X.djvu/275


LA CAMERIERA BRILLANTE 267

Traccagnino. Con mi mo, védela, no son omo de suggizion. La se torrà tutta la libertà che la vol.

Florindo. Val più la sua libertà, che non vagliono tutti i tesori del mondo.

Traccagnino. Sior sì. Magnar fin che s’ha fame. Stravaccai sulla tola. Desbottonarse; desligarse le calze; cavarse le scarpe.

Florindo. Sì, questo è quel che mi piace.

Traccagnino. Bravo. Staremo ben insieme. Oh caro!

Florindo. Bevete bene voi?

Traccagnino. Mi sì; co posso, el me piase.

Florindo. Beveremo.

Traccagnino. Fin che la vol.

Florindo. E quando non si può più, si dorme.

Traccagnino. E se se indormenza a tola.

Florindo. Quello è il gusto.

Traccagnino. Bravo, amigon.

Florindo. Bravo, camerata.

SCENA XIII.

Argentina e detti.

Argentina. Cha fa il signor Florindo, che non viene a tavola?

Florindo. Non vengo certo.

Argentina. Ma perchè, signore?

Traccagnino. L’è impegnà, védela.

Argentina. Con chi?

Traccagnino. Con mi, padrona.

Argentina. Eh via...

Florindo. Sì, cara Argentina. Mi faranno più piacere, se mi manderanno qualche cosa da mangiare con questo galantuomo.

Traccagnino. La s’arrecorda che semo in do. (a Florindo)

Argentina. Signor Florindo, sentite una parola, che nessuno senta.

Florindo. Dite, dite.

Argentina. No, nell’orecchio, che nessuno senta.

Florindo. Via, dite. (s’accosta all orecchio)