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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/462



strada, forse perchè non m’insuperbisca soverchiamente della mia fortuna ; ed io mi credo in debito di ringraziare i numi per il ben che mi fanno, e non irritarli, ricusando X amaro delle mie pene, con cui temprar vogliono il dolce delle mie e delle vostre consolazioni.

Pantalone. Cara fla, ti me fa pianzer, e no te so cossa responder.

SCENA XVI.

Ottavio e ddtì.

Ottavio. Schiavo suo. (a Pantalone, con serietà)

Pantalone. Patron mioC).

Rosaura. Oh consorte, ben venuto. (ìlare)

Ottavio. Comanda qualche cosa ? (a Pantalone)

Pantalone. Gnente, patron, fava compagnia a mia fla, perchè no la stasse sola.

Ottavio. Perchè non andate a letto? (a Rosaura)

Rosaura. Aspettavo voi.

Ottavio. Ve l’ ho detto cento volte. Io non voglio soggezione. Andate a letto. (a Rosaura)

Rosaura. Ma se ho piacere d’ aspettarvi.

Ottavio. Eh, seccature. (con disprezzo)

Pantalone. Ma, caro sior Conte, la vede; povera putta, la ghe voi ben.

Ottavio. Non voglio ragazzate.

Pantalone. Le finezze, che se fa mario e muggier, no le xe ragazzade.

Rosaura. Via, mio marito so come è fatto. Non vuol carezze. E uomo serio. Vuol bene a sua moglie, ma non lo dice. Non è così, signor Conte?

Ottavio. Signora mia, favorisca d’ andare a letto.

Rosaura. Voi non venite?

Ottavio. Verrò, quando vorrò.

Pantalone. (E1 me fa una rabbia, che Io scannerìa). (da sé)

Ottavio. Ehi. (chiama (I) Bett.: Striaiima.