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408 ATTO TERZO

SCENA XVI.
Brighella e detti.

Brighella. Sior.

Pantalone. Mo via, sto sior Ottavio, per amor del cielo.

Brighella. Subito. (parte, poi ritorna)

Florindo. Signora, venero la signora Beatrice, ma ho dei motivi più forti per essermi di ciò pentito.

Pantalone. Che motivi? La diga.

Florindo. Ho dei riguardi a parlare.

Beatrice. Eh via, parlate. Non abbiate soggezione.

Florindo. Dunque dirò...

Pantalone. Xelo qua? (a Brighella che toma)

Brighella. El se veste. (parte)

Pantalone. (Oh, sielo maledetto col sarà vestìo!) (da sè) E cussì? (a Florindo)

Florindo. Dirò, giacchè mi obbligate a parlare, non essere di mio decoro sposare una giovane, che con inganno è stata dalla propria casa involata.

Pantalone. (Oh Dio! Come lo salo?) (da sè)

Beatrice. (Ah, non è pentito per causa mia!) (da sè)

Pantalone. Caro sior Florindo, chi v’ha contà ste fandonie?

Florindo. Vostro figlio medesimo.

Pantalone. Ah infame! Ah desgrazià! Quando? Come?

Florindo. Si raccomandò a me medesimo, perchè io fossi presso di voi mediatore del suo perdono. Mi raccontò l’avventura, ed oltre a quanto mi ha detto, ho motivo di dubitare assai più.

Pantalone. No, sior Florindo, ve l’assicuro mi, Rosaura xe onesta, Rosaura xe innocente.

Florindo. Questa è una sicurtà, che voi non mi potete fare.

Beatrice. Ecco, signor Pantalone, per causa di vostro figlio Rosaura è precipitata.

Pantalone. Ah, che sempre più cresse la mia collera contra de quel desgrazià! Sì, l’accuserò mi alla Giustizia; farò che el sia castigà. Povera putta! Ah! sior Florindo, no l’abbandonè.