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396 ATTO TERZO

Florindo. Signor Lelio, convien credere che abbiate fatto qualche cosa di brutto a vostro padre, poichè vi scaccia sì bruscamente.

Lelio. Mi odia, non mi può vedere.

Florindo. Ma diavolo! Dirvi galeotto, disgraziato, sono cose che fanno inorridire.

Lelio. Ecco i titoli con cui mi onora.

Florindo. Avete inteso, che ha detto che per poco passeggierete ancor queste pietre?

Lelio. Certamente io dubito ch’ei mi voglia far catturare.

Florindo. Ma che mai gli avete fatto?

Lelio. Niente; non vuol compatire la gioventù.

Florindo. Via, posso io accomodare queste dissensioni?

Lelio. Caro signor Florindo, volete voi adoprarvi per me? Vi sarò eternamente tenuto.

Florindo. Vostro padre ha della bontà per me. Confidatemi il motivo del suo dispiacere, e lasciatemi operare.

Lelio. Vi dirò. Io sono innamorato della signora Rosaura.

Florindo. (Buono!) (da sè) E così? Fin qui non vi è male.

Lelio. Ho svelato l’amor mio a mio padre, e l’ho pregato di darla a me per consorte.

Florindo. Ed egli che cosa ha detto?

Lelio. Me l’ha barbaramente negata.

Florindo. (Pantalone è un uomo savio e dabbene). (da sè) Ma che avete fatto, che vaglia a disgustarlo?

Lelio. Ecco in che consiste il mio gran delitto. Non sapevo come fare a parlar colla signora Rosaura, per rilevar dalla sua bocca se potevo sperare ch’ella fosse di me contenta, fissando poscia in me stesso, che se la fanciulla mi voleva, il tutore non l’avrebbe potuto impedire.

Florindo. Ebbene, che è accaduto? (Mi pone in un’estrema curiosità). (da sè)

Lelio. Ecco in che consiste la mia gran colpa. Col pretesto che mio padre volesse farla vedere a certe signore, sono andato io a prendere in una gondola la signora Rosaura, e unita alla sua cameriera l’ho condotta in una casa a Castello.