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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/366


Ottavio. Chi è? (si sveglia con flemma)

Pantalone. Aveu sentìo cossa che ho dito?

Ottavio. Niente affatto.

Pantalone. Donca cossa faremio?

Ottavio. Quello che fate voi, è ben fatto.

Pantalone. Orsù, deme el testamento de vostro cugnà (a), acciò possa servirmene, e farò mi quel che poderò, senza disturbarve.

Ottavio. L’ ho io il testamento di mio cognato ?

Pantalone. Sior sì. L’ altro zomo ve l’ ho lassa, acciocché con- siderò quel ponto del fidecommisso per la lite che s’ ha da far.

Ottavio. Io non me ne ricordo.

Pantalone. L’ avere letto pulito !

Ottavio. Quando leggo due righe, mi vien sonno.

Pantalone. Donca vegnimelo a dar, e destrighemose.

Ottavio. Io non so dove sia.

Pantalone. L’ avere messo in tei vostro burò.

Ottavio. Bene, prendetelo.

Pantalone. No volò vegnir a darmelo?

Ottavio. Sto tanto bene ; non mi incomodate.

Pantalone. Oh caro ! Via, le chiave, e lo torrò mi.

Ottavio. È aperto.

Pantalone. El burò averto?

Ottavio. Sì, aperto, io non serro mai.

Pantalone. Dove tegnìu i vostri bezzi?

Ottavio. Tutti in tasca.

Pantalone. E no se fa mai conti?

Ottavio. Mai conti.

Pantalone. Co no ghe ne xe più, i conti xe fatti.

Ottavio. Così per l’ appunto.

Pantalone. Bravo. Vago a tor el testamento. (s’alza)

Ottavio. Sì, andate.

Pantalone. E no savè gnente chi pratica da vostra sorella?

Ottavio. Io no. (a) Cognato.