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gnerebbe per la forma stessa del componimento credere più vecchio e assegnare al decennio 1734 - 44, assistiamo a una scena consimile. «Via, scaricate» grida Roccaforte ai soldati, «Ponete in quella stanza i miei bauli, — Li schioppi, le pistole, — E senz’altre parole, — Se non trovate stalla apparecchiata, — Disponete i cavalli nell’entrata» . Invano la padrona protesta; il prepotente e galante ufficiale calma i suoi scrupoli: «Ogni donna è impegnata — Con alcun dell’armata, e fanno a gara — Le paesane tutte — D’avere un offizial, sian belle o brutte;» e trova la via di giungere presto al cuore della vedovella. Anche l’annuncio della partenza per il campo sembra precedere l’addio di don Garzia a Beatrice: «Appena son partiti — Dalla cittade i reggimenti nostri, — Amar tornate i paesani vostri» . Ma poi nella terza parte della breve burletta Roccaforte diventa un Alonso e la fedele Belinda si confonde con Rosaura, sì che la pace felicemente «pubblicata» li unisce in buon matrimonio.

Il pubblico del Settecento accolse benevolmente l’Amante mil., che fu recitato anche a Roma nel ’55 (Cametti, Crit.e sat.e teatrali com.e ecc., estr. dalla Rivista Music. It., 1902, p. 5) e a Modena forse più volte (Mod. a C. G., 1907, p. 239). Certo era nel repertorio della compagnia Roffi, a Firenze, l’anno 1778-79 (Rasi, Com.i it.i. 1, 703). A Venezia, dopo una recita a S. Luca ai 30 nov. 1796, l’ultimo anno della Repubblica (Giorn. dei teatri di Ven.), lo ritroviamo nel 1816, scaduto dall’antica dignità e ridotto, chissà come, per il teatro delle marionette detto Girolamo (Gazz. privil. di Ven., 23 genn.; v. inoltre Gazz. privil. di Milano, 21 nov. 1843): l’anno medesimo, in agosto, si cantava a S. Luca una farsa in musica con lo stesso titolo (c. s., 13 ag.). Fine ingloriosa! E difficilmente potrà essere esumato, sia pure per un pubblico popolare, perchè l’arte non lo scalda, e dove par pittoresco, reca troppo l’impronta d’altri tempi. Fuori d’Italia, oltre la versione tedesca del Saal (voi. V), conosce il Maddalena una polacca (Varsavia, 1781) e dubita d’una portoghese (Braga, Hist. do theatro portuguez. Porto, 1871, p. 392).

«Insignificante» lo chiamò nel 1824 il Platen, dopo di averlo letto (Tagebücher. Stuttgart, 1900, II, 640): ma il Salfi, per non averlo forse letto, lo collocò tra le commedie più «perfette» di C. Goldoni (Ristretto della st. della lett, it., Fir., 1844, p. 333). — Negli ultimi anni l’Am. mil. richiamò l’attenzione degli studiosi, ma per ragioni storiche, non già estetiche; e fu raccostato a due altre commedie goldoniane, l’Impostore e la Guerra, che più tardi troveremo. Il Rabany (C. G., Paris, 1897, p. 197) vi cercò la pittura del tipo spagnolo, che credette ravvisare più felicemente espresso in don Sancio, «type accompli d’honneur militaire, vieux soldat au teint bronzé per le soleil de deux hémisphères»; sebbene mi nasca il sospetto che l’autore lo abbia incontrato piuttosto nei drammi spagnoleschi, che nella vita. Il Maddalena (Figurine gold., Zara, 1899, estr. dalla Riv.a dalmat.a) si domandò se davvero in don Garzia rimansse traccia del capitano, come asseriva il Reinhardstöttner (Plautus etc, Peipzig, 2886, p. 657) e altri ripetevano. A Carlo Dejob (Le soldat dans la litt, franc., etc, in Revue Bleue, 7 ott. 1899) parve don Garzia per la sua rozzezza un falso ritratto di soldato spagnolo. Finalmente G. Brognoligo (Il G. e la guerra, estr. dalla Riv. d’It., apr. 1902; e Nel teatro di C. G., Napoli, 1907) studiò in questa commedia le idee sociali di Goldoni intorno alla guerra, e la pittura dei tempi: seguitato da L. Falchi