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Corallina. In verità, la me struppia.

Lelio. La fama ha di voi molto confabulato, ma io vedo che i vostri occhi sono più belli di quelli della fama medesima, la quale siccome colla sonora tromba ha cacciato il vostro nome nel timpano degli eroi, voi colla vostra voce stordite l’organo di chi vi mira.

Corallina. (La diga, xelo sta all’ospeal o gh’alo ancora da andar?) (piano a Beatrice)

Beatrice. (È pazzo; ma è ricco, ricchissimo).

Lelio. (Le mie parole l’hanno stordita). (da sè)

Corallina. (Co l’è ricco, se pol sperar qualcossa. Lustrissima, la cioccolata se sfreddisse; vorla che ghe la fazza).

Beatrice. (No no, l’anderò a bere colla signora Rosaura).

Lelio. (Adesso parleranno del mio demerito). (da sè)

Beatrice. Signor Lelio, a buon riverirla. La lascio qui colla figlia del signor Pantalone.

Lelio. Voi mi lasciate coll’antagonista de’ miei pensieri.

Beatrice. (Costui è un bellissimo carattere per un divertimento in villeggiatura). (via)

Lelio. Favorisca, signora mia, è ella ancora figlia di suo padre?

Corallina. Sior sì, quel che giera mio padre, xe ancora mio padre.

Lelio. Dunque non è maritata?

Corallina. Sior no; son putta.

Lelio. Putta? Oh corpo d’un rinoceronte! Ella è putta?

Corallina. Sior si, putta, puttissima per serviria.

Lelio. Me ne rallegro infinitamente; me ne rallegro, come se avessi ritrovato un tesoro.

Corallina. Perchè fala ste maraveggie?

Lelio. (Che volto! Che grazia! Che brio!) (da sè, la guarda attentamente in qualche distanza)

Corallina. (Cossa diavolo dise sto matto da so posta?) (da sè)

Lelio. (Ha due occhi che son due disastri). (da sè)

Corallina. (I dise che i matti butta via, ma ho paura che a questo no ghe casca gnente).

Lelio. (Ha due labbri che paiono due corniole).