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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/148


Rosaura. Come? Dove mi ha egli veduto?

Beatrice. Non vi ha veduta mai; ma egli s’innamora così. Sente discorrere di una fanciulla, sente le lodi che a lei si danno, e tanto basta, perchè s’innamori senza vederla.

Rosaura. E sciocco davvero, dunque.

Beatrice. Ma è ricco, Rosaura mia. Felice quella che sapesse adattarsi ...

Rosaura. Oh, io non mi adatterei certemiente.

Beatrice. Lo so io il perchè non sapreste farlo.

Rosaura. Sì, voi sapete tutto il cuor mio. Ve l’ho confidato, è vero ; amo il signor Florindo.

Beatrice. E qui ancor egli.

Rosaura. Me l’avete condotto voi?

Beatrice. Non è venuto con me ; ma ieri sera alla conversazione si è stabilito di ritrovarci qui tutti.

Rosaura. Avete fatto benissimo. Vi sono veramente obbligata.

Beatrice. Ma che dirà il signor Pantalone?

Rosaura. Non so ; veramente egli è poco amante della società ; ma questa volta converrà che ci stia.

Beatrice. Se vedo che non mi accolga con buona grazia ...

Rosaura. Chi è quello che viene?

Beatrice. Il signor Lelio.

Rosaura. Andicimo per un’ altra parte.

Beatrice. Eh no, riceviamolo, che riderete.

Rosaura. Il signor Florindo dov’è, che non si vede venire?

Beatrice. Verrà anche lui. Sarà forse andato prima dal signor

Pantalone.

Rosaura. Voglia il cielo ch’egli non gli faccia alcune delle sue solite sgarbatezze.

SCENA II.

Lelio e dette.

Lelio. Madcuna, io mi era quasi perduto nel labirinto di queste camere.

Beatrice. Infatti non si sapeva dove voi foste. (a Rosaura