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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/138


Corallina. Tant’ è, vi dico. Se parlate di moglie, vi lascio, vi abbandono, non resto un’ ora con voi. (In questa casa non voglio padrone che mi comandino. Si mariti Rosaura ; resterò io sola a piangere la morte d’ un vecchio ricco, e tanto più la piangerei amaramente, quand’ egli mi lasciasse erede di tutto il suo). (da sé, parte

SCENA IX.

Pantalone solo. Ho inteso. Custìa (’) la xe una f emena che intende le parole per aria ; la se n’ ha accorto che ghe voggio ben, che gh ho per eia della passion ; sentindome parlar de matrimonio, la prevede che m’ intendo parlar de eia, e in sta etae che son ... bisogna che no ghe comoda un vecchio. No so cossa dir. Da una banda la compatisso, ma dall’ altra sento che ogni dì più me scaldo, e no so come che la sarà.

SCENA X.

Rosaura ed il suddetto.

Rosaura. Serva, signore zio.

Pantalone. Bondl sioria, nezza. Cossa feu? Steu ben? Ve con- ferissela l’ aria della campagna ?

Rosaura. Meglio assai che quella della città. Qui almeno si respira un poco. Non si sta in una sepoltura, come star mi tocca in Venezia.

Pantalone. Certo, fia, disè la verità. A Venezia le putte civil, le putte savie che gh’ ha bona educazion e bona regola in casa, le vive con una gran riserva, con una gran suggizion ; ma pò in campagna le tratta, le conversa, le gh’ ha libertà. Mi per altro, compatime, sta cossa no la posso approvar ; se a Venezia se custodisse le putte per zelo del so decoro, s averia (I) Costei.