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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/76



dir con ragione che il di lui cuore sia mio, e andrò gloriosa di una tale conquista, più di quel ch’ io farei se cento cuori, docili per natura, mi si volessero soggettare. Eccolo il mio nemico. Chi lo vuol vincere, conviene batterlo dove si può credere men difeso. Anche l’adulazione può esser laudevole, quando tende ad onesto fine.

SCENA XIV.

Giacinto e detta.

Giacinto. E ella che mi domanda?

Madamigella. Chi v’ha detto che siete voi domandato?

Giacinto. Mia sorella.

Madamigella. Vostra sorella è bizzarra davvero. La premura che siate meco, è sua ; dovrei parlarvi per una sua commissione, e mi dispiacerebbe che mi credeste sì ardita d’ avervi per conto mio incomodato.

Giacinto. Signora ... Mi maraviglio ... Io non so far cirimonie, e ora, per dirgliela, ne ho pochissima voglia. Son qui, che cosa mi comanda?

Madamigella. Non volete sedere?

Giacinto. Se il discorso è lungo, ho un affare di premura, lo sentirò un’altra volta; se è corto, tanto sto anche in piedi.

Madamigella. Se non volete seder voi, permettete che sieda io.

Giacinto. Si accomodi pure.

Madamigella. Ora tirerò innanzi una sedia.

Giacinto. Si accomodi.

Madamigella. (Questa sua inciviltà me lo dovrebbe render odioso, eppure ancora lo compatisco). (da sé; va per la sedia)

Giacinto. (Se non avessi per la testa la maledizione del giuoco, mi divertirei un pochetto).

Madamigella. Signor Giacinto, non mi darete nemmeno una mano a strascinar questa sedia? (di lontano)

Giacinto. Oh sì, compatisca. Non vi aveva badato. La servirò io. (porta egli la sedia