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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/71


Pancrazio. (Ah Faccenda, mio figlio non merita che io lo assista, ma è finalmente mio figlio). (piano a Faccenda DoTTOE^. Ebbene, che cosa mi dite?

Pancrazio. Meritereste di perder tutto.

Dottore. Ma non perderò niente.

Pancrazio. Avaro, usuraio.

Dottore. Non voglio altri strapazzi. Anderò alla giustizia. (in atto di partire)

Pancrazio. Venite qui.

Dottore. Che volete?

Pancrazio. Vi contentate, che di quell’ obbligo mi chiami io de- bitore ?

Dottore. Sì, son contento.

Pancrazio. Con un patto però, che riduciamo il cambio dall’otto al sei per cento.

Dottore. Oh, questo poi no. Sino al sette mi contento.

Pancrazio. Il sette non ve lo voglio dare.

Dottore. E noi non faremo niente.

Pancrazio. Perderete il denaro.

Dottore. Ci penserà vostro figlio.

Pancrazio. E per venti ducati precipitereste un uomo?

Dottore. E voi per venti ducati non salverete la riputazione a un figliuolo?

Pancrazio. E una bricconata, una ingiustizia.

Dottore. Schiavo suo. (in atto di partire)

Pancrazio. Fermatevi. Vi renderò io il vostro denaro.

Dottore. Sì, datemelo.

Pancrazio. Venite domani, che ve lo renderò.

Dottore. Sì, tornerò domani. Mi fate anche voi compassione: tornerò domani. Ma sentite, o i miei denari, o il sette per cento, o vostro figlio prigione. Il cielo vi dia vita e salute. (parte