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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/566



me mazza. L’ è mei che me la batta fora de cà ; ma se vado fora, ho paura ... e se resto denter, X è pezo. Anderò ... ma se trovo zente ... la zente l’ è in cà. E mèi che vada. Anderò a chiamar i sbirri. Povero el me padron ! L’ è assassina. Presto, i sbirri, la corte. (parte per la porta di strada

SCENA XXVIII.

Corallina, Lelio e Trappola all’oscuro.

Corallina. Aspettate qui un momento, tanto ch’ entri dalla si- gnora Rosaura, e spenga il lume. La faccio uscire all’oscuro ; ve la do nelle mani, e conducetela via.

Lelio. Parmi ancora impossibile.

Trappola. Vedrà che quel che ho detto, è la verità.

Corallina. (Apre la porta di Rosaura) Oh, il lume lo ha spento da se. E una giovane di giudizio. Ehi, signora Rosaura, (alla porta) uscite : ecco qui il signor Florindo.

SCENA XXIX.

Florindo esce all’oscuro, e detti.

Corallina. Datemi la mano.

Florindo. (Le dà la mar\o senza parlare, e tiene nell’altra una pistola.)

Corallina. Signore, venite qui. (a Lelio, e lo prende per mano) Ec- cola, (fa che Lelio prenda per un braccio Florindo)

Florindo. (Chi diavolo è costui ? Quanto pagherei un lume !) (da sé)

Corallina. Andate, andate, che il cielo vi benedica. (Ora vado anch’io da Florindo). (va alla camera di Ottavio)

Lelio. Andiamo, cara. (sottovoce)

Florindo. Questa voce non la conosco.

Corallina. (Apre la porta) Uscite, signor Florindo, ecco qui la vostra Rosaura.