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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/565


Rosaura. Eccola. (tremando)

Ottavio. A voi. (a Flormdo)

Florindo. Penserete poi dopo ... (a Ottavio)

Ottavio. Dategliela, che siate maledetto.

Florindo. Ecco, gliela do.

Ottavio. Andate lì dentro. RoSAURA Signore ... (tremando)

Ottavio. Lì dentro, che ti scannerei. (a Rosaura)

Rosaura. Oimè. Vado. (entra)

Florindo. Ma dunque ...

Ottavio. Dentro.

Florindo. Ancor io ?

Ottavio. Sì, dentro.

Florindo. Colla sposa ?

Ottavio. Sì, vi dico.

Florindo. Vado.

Ottavio. State lì, non parlate ; se uscite, poveri voi. (chiude la porta) Ora io anderò dentro qui. Maledetta ! Sì, te ne accorgerai. (entra dov’era Florindo

SCENA XXVII.

Lelio e Trappola per la porta di strada all’oscuro; poi Arlecchino.

Lelio. Tu vuoi farmi precipitare.

Trappola. Niente, signore, si fidi di Corallina.

Lelio. Dove siamo ?

Trappola. Venga meco, che ho pratica della casa. (lo prende per la mano)

Lelio. Questa notte tu mi precipiti; ma giuro al cielo, il primo a morire sarai tu stesso.

Trappola. Non dubiti, che non moriremo nessuno. (entra con Lelio per la porta della scala)

Arlecchino. Oh poveretto mi ! Zente in casa. Ladri, e no se trova el padron. Tremo da tutte le bande. Se i me trova, i