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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/559


SCENA XVIII.

Sala terrena con porta di strada in fondo, ed altre porte intomo. Ottavio armato ed Arlecchino.

Ottavio. Arlecchino.

Arlecchino. Sior. (col lume in mano)

Ottavio. Guarda un poco in istrada, se tu vedi nessuno.

Arlecchino. Caro sior padron, dispensarne.

Ottavio. Hai qualche difficoltà?

Arlecchino. Sior sì, l’aria della notte no me conferisse.

Ottavio. Meno ciarle. Apri quella porta, e osserva se v’è nessuno.

Arlecchino. In verità, sior padron ...

Ottavio. Aprila, dico, o ti rompo il capo.

Arlecchino. Lassème almanco dir una parola.

Ottavio. Che cosa vuoi tu dire?

Arlecchino. Se avrimo la porta, i nemici i poi vegnir drento.

Ottavio. Non ho paura di dieci. Apri quella porta.

Arlecchino. Se non avi paura, avrìla vu. Per mi gh’ho paura.

Ottavio. Ti bastonerò. (vuol dargli col bastone)

Arlecchino. Aiuto. (tremando si lascia cader il lume, e si spegne)

Ottavio. Oh maledetto!

Arlecchino. (L’ è stada una politica da omo de gabinetto), (da sé)

Ottavio. Dove sei?

Arlecchino. (Oh, noi me trova più). (lo va sfuggendo)

Ottavio. Dove sei, dico?

Arlecchino. (Ho trova la scala. Vago in cusina). (parte)

Ottavio. Oh disgraziato ! Mi ha lasciato qui. Non ci vedo. Tro- vassi almeno una porta ! Farmi di sentir gente. Solo, all’oscuro, principio un poco ad aver paura, (va cercando, e trova una porta) Questa che porta è? Avrebbe da essere la camera del ser- vitore, (tasta bene) Sì, la conosco, è quella: mi chiuderò qui dentro, e starò a vedere che cosa nasce. All’ultimo poi, ho spada da combattere, ho petto da resistere. (entra e chiude