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LA DONNA VENDICATIVA 527


mai che si dica, ch’io, che sono una povera serva, abbia avuto l’ardire di dar un dispiacere sì grande alla mia amatissima padroncina.

Rosaura. Oh, adesso vedo che mi burlate.

Corallina. Mi fate torto a parlar così. Ecco la scrittura stracciata; se non l’ho stracciata io, possa morire.

Rosaura. Cara Corallina, vi confesso la verità: amo il signor Florindo, ma s’egli ha promesso a voi...

Corallina. La promessa è finita.

Rosaura. Dunque?

Corallina. Dunque, se lo volete, egli sarà vostro sposo.

Rosaura. Come mai? Mio padre non me lo vuol più dare.

Corallina. Avete paura di vostro padre?

Rosaura. E come!

Corallina. Credete ch’io possa qualche cosa sopra di lui?

Rosaura. Vedo ch’egli qualche volta ha soggezione di voi; ma voi ancora (lasciate che ve lo dica) mi avete sempre perseguitata.

Corallina. Io non ho desiderato altro, se non vedervi accasata bene.

Rosaura. A quello che avete detto, e che avete fatto, parrebbe di no.

Corallina. Come! non ho io proposto al padrone che vi desse il signor Lelio?

Rosaura. Io Lelio non lo voglio.

Corallina. Questo è un altro discorso. Ma il vostro accasamento io l’ho procurato.

Rosaura. Perchè non lasciarlo seguire col signor Florindo?

Corallina. Perchè ho creduto che vi burlasse. Con una scrittura che aveva meco, io non poteva darmi a credere ch’ei dicesse davvero. Per altro, s’egli vi vuole, se voi lo volete, signora Rosaura, son qua io; e se vostro padre non acconsente a questo matrimonio, lo faremo senza di lui.

Rosaura. Corallina, mi burlate, o dite davvero?

Corallina. No, non vi burlo, anzi in prova di ciò, voglio farvi una confidenza. Vostro padre mi dà delle buone speranze; può essere che ei mi voglia sposare, e non vorrei ch’egli avesse gelosia di Florindo. Per questo, a dirvela, cerco di