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IL CONTRATTEMPO 433

Pantalone. La parla con mi, sior, e vu andè via. (a Rosaura)

Rosaura. Vado, vado. (si scosta) Signor padre. (di lontano)

Pantalone. Cossa gh’è?

Rosaura. Lo voglio. (parte)

SCENA XX.
Pantalone e Florindo.

Pantalone. Me vien i suori freddi.

Florindo. La sentite, signor Pantalone?

Pantalone. Quella xe una gazziòla, fio caro; la dise quel che la sente a dir, ma no la sa gnente.

Florindo. Ma, caro signor Pantalone, se ella dice voglio lo sposo, può parlar più schietto?

Pantalone. Bisogna veder se la sa gnanca cossa che sia sto sposo che la domanda.

Florindo. Eh signore, queste cose vi vuol poco a farle capire a chi per sorte non le intendesse. Dite piuttosto, che per fini vostri particolari non la volete accasare, o che io non sono degno di averla.

Pantalone. Sior Florindo, vu ve ingannè; no la xe cussì da galantomo.

Florindo. Io credo che sia così; ma voi nel primo caso sarete un padre tiranno, e nel secondo un mancator di parola.

Pantalone. Mi son un omo d’onor, sior, e se no ve dago mia fia, lo fazzo per una delicatezza da galantomo, acciò un zorno no ve ne abbiè da pentir.

Florindo. Ma se io mi contento, ma se la prendo com’è, se con tutti li vostri avvertimenti non averò mai cagione di lamentarmi di voi. Dopo tutto questo, credetemi, signor Pantalone, la vostra ostinazione o è barbara, o è misteriosa.

Pantalone. Sior Florindo, la voleu?

Florindo. Sì, la desidero.

Pantalone. Animo, se ve ne pentire, sarà vostro danno; se Rosaura ve vol, ve la dago.