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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/332


Beatrice. Ma ci vuol tanto a dire si fa questo e questo?

Ottavio. Non ci vuol niente.

Beatrice. Dunque via, cosa si fa?

Ottavio. Sedici e sei ventidue, e otto ...

Beatrice. Otto diavoli che vi portino. (gU dà nel braccio)

Ottavio. Oh, me l’avete rotto ... il numero.

Beatrice. Che siate maledetto !

Ottavio. Anche voi. (scrivendo)

Beatrice. Bestia!

Ottavio. Come lei. (come sopra)

Beatrice. Pensate di volerla durar così?

Ottavio. Il conto è fatto. (s’alza)

Beatrice. Che conto avete fatto?

Ottavio. Sì, l’ho finito.

Beatrice. Così mi trattate ?

Ottavio. A pranzo, signora.

Beatrice. Uomo indegno !

Ottavio. A riverirla a pranzo. (parte)

Beatrice. Indegnissimo ! Non si scalda, non risponde e mi fa ro- dere dalla rabbia ... Ah, quel maledetto ridotto, quel male- detto luogo rinchiuso ! Voglio andarvi, voglio vedere, voglio sapere, se credessi di dover crepare. (parte

SCENA IX.

ROSAURA e FlORINDO.

Rosaura. No, lasciatemi stare. (fuggendo da Florìndo)

Florindo. Fermatevi, non mi fuggite.

Rosaura. Voi non mi volete niente di bene.

Florindo. Ma perchè dite questo?

Rosaura. Se mi voleste bene, mi direste quel che si fa in quella casa.

Florindo. Ma ve l’ ho detto, ridetto e riconfermato. Non si fa niente.

Rosaura. Se non si facesse niente, non vi anderebbe nessuno.

Florindo. Voglio dire, non si fa niente che meriti la vostra curiosità.