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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/299


LA LOCANDIERA 287

donna e dei suoi difetti, delle sue debolezze, delle sue stesse perfidie, (v. R. Bracco, La donna nel teatro dì C. G., in La Donna, 20 febbr. 1907 e in Gazzetta del popolo, Torino, 21 lugl. 1910).

Da ciò sopra tutto l’originalità strana di questa commedia, che si annovera tra i capolavori del teatro comico, e sembra contendere agli altri la palma per la sua perenne freschezza. Studiarne i così detti precedenti storici torna opera vana, seanche si sappia che la parte della Locandiera fu scritta per una servetta, che il nome di Mirandolina fu foggiato su quello di Corallina, e Corallina è a sua volta, nella famiglia delle maschere, la sorella, cara al commediografo veneziano, di Colombina. Nulla servono le Argentine le Diamantine le Riccioline le Franceschine le Smeraldine, nulla le Pasquette le Fiammette le Spinette le Olivette le Violette a spiegarci il potere meraviglioso della Mirandolina goldoniana sul cuore degli uomini: nè giova frugare fra le Colombine e le Lisette del vecchio e del nuovo Teatro Italiano in Francia. (Cfr. per l’antica servetta L. Rasi, I comici ital., Firenze, 1897-1905, al nome Biancolelli Caterina; v. anche Adami Patrizia e Beatrice, Biancolelli Franchini Isabella, Roncagli Silvia, Veronese Anna, Visentini-Rusca ecc.). Tuttavia non bisogna credere che la Colombina francese di Regnard e di Bruyère de Barante non conosca a memoria le arti della civettena e non difenda con calore la tesi dell’incostanza (v. nella raccolta Gherardi la Coquette ou l’Acadèmie des dames 1691; la Fausse coquette 1694; la Thèse des dames ou le Triomphe de Colombine 1695, ecc.): ma ragiona troppo, parla troppo, si scorge appena, quasi che fosse incorporea, e dilegua subito nel fantastico regno delle maschere. Da questo mondo irreale niente è così lontano e diverso come la Locandiera.

Alcuno ebbe a ricordare la Sorpresa dell’amore (1722, prima ed.) e i Giuramenti indiscreti (1732) di Pietro Marivaux (p. es. G. Ortolani, Per una scena d’amore nelle Baruffe Chiozzotte, in Marzocco, XII, 25 febbr. 1907): se non che il mutamento d’animo nell’uomo o nella donna dal disprezzo all’amore si ritrova già cento volte ne’ poemi classico-cavallereschi e nelle favole pastorali; e l’analisi delicata e minuta dello scrittore francese può solo servire di contrapposto all’arte un poco rozza, ma tanto più potente, che creò Mirandolina e il cavaliere di Ripafratta. Si pensi, per esempio, alla se. 7, a. I, della Sorpresa dell’amore, che risponde alla se. 15, a. I, della Locandiera. Eppure anche Lelio, l’odiatore delle donne, fin dal primo colloquio ci prende gusto a conversare con la Contessa («Madame, peu de femmes sont aussi aimables que vous»: e la Contessa: «Nous nous divertirons, vous à mèdire des femmes, et moi à mèpriser les hommes» ); anch’egli vuol fuggire, quando s’accorge che il cuore esita, o se n’accorgono gli altri («Moi tomber! Je pars dès demain pour Paris; voilà comme je tombe» II, 5); anch’egli nel II a. fa una confessione di debolezza («Un moment» dice alla Contessa: «vous ètes de toutes les dames que j’ai vues celle qui vaut le mieux: je sens mème que j’ai du plaisir à vous rendre cette justice-là» II, 7). Il Settecento, è vero, si riflette così nella Sorpresa dell’amore, come nella Locandiera: tuttavia la scena, l’arte, la vita stessa mutano. Seanche non si sapesse che a Venezia di Marivaux si leggevano soltanto i romanzi, che le commedie non si tradussero mai, che forse non si recitarono prima del 1780 (cfr. Casanova, le Messager