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282 ATTO TERZO

Servitore. Sì. Il padrone va alla posta. Fa attaccare: mi aspetta colla roba, e ce ne andiamo a Livorno.

Mirandolina. Compatite, se non vi ho fatto...

Servitore. Non ho tempo da trattenermi. Vi ringrazio, e vi riverisco. (parte)

Mirandolina. Grazie al cielo, è partito. Mi resta qualche rimorso; certamente è partito con poco gusto. Di questi spassi non me ne cavo mai più.

Conte. Mirandolina, fanciulla o maritata che siate, sarò lo stesso per voi.

Marchese. Fate pur capitale della mia protezione.

Mirandolina. Signori miei, ora che mi marito, non voglio protettori, non voglio spasimati, non voglio regali. Sinora mi sono divertita, e ho fatto male, e mi sono arrischiata troppo, e non lo voglio fare mai più. Questi è mio marito...

Fabrizio. Ma piano, signora...

Mirandolina. Che piano! Che cosa c’è? Che difficoltà ci sono? Andiamo. Datemi quella mano.

Fabrizio. Vorrei che facessimo prima i nostri patti.

Mirandolina. Che patti? Il patto è questo: o dammi la mano, o vattene al tuo paese.

Fabrizio. Vi darò la mano... ma poi...

Mirandolina. Ma poi, sì, caro, sarò tutta tua; non dubitare di me, ti amerò sempre, sarai l’anima mia.

Fabrizio. Tenete, cara, non posso più. (le dà la mano)

Mirandolina. (Anche questa è fatta). (da sè)

Conte. Mirandolina, voi siete una gran donna, voi avete l’abilità di condur gli uomini dove volete.

Marchese. Certamente la vostra maniera obbliga infinitamente.

Mirandolina. Se è vero ch’io possa sperar grazie da lor signori, una ne chiedo loro per ultimo.

Conte. Dite pure.

Marchese. Parlate.

Fabrizio. (Che cosa mai adesso domanderà?) (da sè)

Mirandolina. Le supplico per atto di grazia, a provvedersi d’un’altra locanda.