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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/293


LA LOCANDIERA 281

Cavaliere. Sì, maladetta, sposati a chi tu vuoi. So che tu m’ingannasti, so che trionfi dentro di te medesima d’avermi avvilito, e vedo sin dove vuoi cimentare la mia tolleranza. Meriteresti che io pagassi gl’inganni tuoi con un pugnale nel seno; meriteresti ch’io ti strappassi il cuore, e lo recassi in mostra alle femmine lusinghiere, alle femmine ingannatrici. Ma ciò sarebbe un doppiamente avvilirmi. Fuggo dagli occhi tuoi: maledico le tue lusinghe, le tue lagrime, le tue finzioni; tu mi hai fatto conoscere qual infausto potere abbia sopra di noi il tuo sesso, e mi hai fatto a costo mio imparare, che per vincerlo non basta no disprezzarlo, ma ci conviene fuggirlo. (parte)

SCENA XIX.
Mirandolina, il Conte, il Marchese e Fabrizio.

Conte. Dica ora di non essere innamorato.

Marchese. Se mi dà un’altra mentita, da cavaliere lo sfido.

Mirandolina. Zitto, signori, zitto. È andato via, e se non torna, e se la cosa passa così, posso dire di essere fortunata. Pur troppo, poverino, mi è riuscito d’innamorarlo, e mi son messa ad un brutto rischio. No ne vo’ saper altro. Fabrizio, vien qui, caro, dammi la mano.

Fabrizio. La mano? Piano un poco, signora. Vi dilettate d’innamorar la gente in questa maniera, e credete ch’io vi voglia sposare?

Mirandolina. Eh via, pazzo! È stato uno scherzo, una bizzarria, un puntiglio. Ero fanciulla, non avevo nessuno che mi comandasse. Quando sarò maritata, so io quel che farò.

Fabrizio. Che cosa farete?

SCENA ULTIMA.
Il Servitore del Cavaliere e detti.

Servitore. Signora padrona, prima di partire son venuto a riverirvi.

Mirandolina. Andate via?