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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/287


LA LOCANDIERA 275

Fabrizio. Non dubitate, io vi difenderò.

Cavaliere. Apritemi, giuro al cielo. (di dentro)

Fabrizio. Che comanda, signore? Che strepiti sono questi? In una locanda onorata non si fa così.

Cavaliere. Apri questa porta. (si sente che la sforza)

Fabrizio. Cospetto del diavolo! Non vorrei precipitare. Uomini, chi è di là? Non ci è nessuno?

SCENA XVI.
Il Marchese ed il Conte dalla porta di mezzo, e detti.

Conte. Che ce’ è? (sulla porta)

Marchese. Che rumore è questo? (sulla porta)

Fabrizio. Signori, li prego: il signor cavaliere di Ripafratta vuole sforzar quella porta. (piano, che il Cavaliere non senta)

Cavaliere. Aprimi, o la getto abbasso. (di dentro)

Marchese. Che sia diventato pazzo? Andiamo via. (al Conte)

Conte. Apritegli, (a Fabrizio) Ho volontà per appunto di parlar con lui.

Fabrizio. Aprirò; ma le supplico ...

Conte. Non dubitate. Siamo qui noi.

Marchese. (Se vedo niente niente, me la colgo). (da sè) (Fabrizio apre, ed entra il Cavaliere)

Cavaliere. Giuro al cielo, dov’è?

Fabrizio. Chi cerca, signore?

Cavaliere. Mirandolina dov’è?

Fabrizio. Io non lo so.

Marchese. (L’ha con Mirandolina. Non è niente). (da sè)

Cavaliere. Scellerata, la troverò. (s’incammina, e scopre il Conte e il Marchese)

Conte. Con chi l’avete? (al Cavaliere)

Marchese. Cavaliere, noi siamo amici.

Cavaliere. (Oimè! Non vorrei per tutto l’oro del mondo che nota fosse questa mia debolezza). (da sè)

Fabrizio. Che cosa vuole, signore, dalla padrona?