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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/259


LA LOCANDIERA 247

Conte. Oibò; non è mai stato innamorato. Non ha mai voluto trattar con donne. Le sprezza tutte, e basta dire che egli disprezza ancora Mirandolina.

Ortensia. Poverino! Se mi ci mettessi attorno io, scommetto lo farei cambiare opinione.

Dejanira. Veramente una gran cosa! Questa è un’impresa che la vorrei pigliare sopra di me.

Conte. Sentite, amiche. Così per puro divertimento. Se vi dà l’animo d’innamorarlo, da cavaliere vi faccio un bel regalo.

Ortensia. Io non intendo essere ricompensata per questo: lo farò per mio spasso.

Dejanira. Se il signor Conte vuol usarci qualche finezza, non l’ha da fare per questo. Sinchè arrivano i nostri compagni, ci divertiremo un poco.

Conte. Dubito che non farete niente.

Ortensia. Signor Conte, ha ben poca stima di noi.

Dejanira. Non siamo vezzose come Mirandolina; ma finalmente sappiamo qualche poco il viver del mondo.

Conte. Volete che lo mandiamo a chiamare?

Ortensia. Faccia come vuole.

Conte. Ehi? Chi è di là?

SCENA XI.
Il Servitore del Conte, e detti.

Conte. Di’ al cavaliere di Ripafratta, che favorisca venir da me, che mi preme parlargli. (al servitore)

Servitore. Nella sua camera so che non c’è.

Conte. L’ho veduto andar verso la cucina. Lo troverai.

Servitore. Subito. (parte)

Conte. (Che mai è andato a far verso la cucina? Scommetto che è andato a strapazzare Mirandolina, perchè gli ha dato mal da mangiare). (da sè)

Ortensia. Signor Conte, io aveva pregato il signor Marchese che mi mandasse il suo calzolaro, ma ho paura di non vederlo.