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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/235


LA LOCANDIERA 223


Dejanira. Serva umilissima.

Ortensia. La riverisco divotamente.

Marchese. Sono forestiere? (a Mirandolina)

Mirandolina. Eccellenza sì. Sono venute ad onorare la mia locanda.

Ortensia. (È un’Eccellenza! Capperi!) (da sè)

Dejanira. (Già Ortensia lo vorrà per se).

Marchese. E chi sono queste signore? (a Mirandolina)

Mirandolina. Questa è la baronessa Ortensia del Poggio, e questa la contessa Dejanira dal Sole.

Marchese. Oh compitissime dame!

Ortensia. E ella chi è, signore?

Marchese. Io sono il marchese di Forlipopoli1.

Dejanira. (La locandiera vuol seguitare a far la commedia), (da sè)

Ortensia. Godo aver l’onore di conoscere un cavaliere così compito.

Marchese. Se vi potessi servire, comandatemi. Ho piacere che siate venute ad alloggiare in questa locanda. Troverete una padrona di garbo.

Mirandolina. Questo cavaliere è pieno di bontà. Mi onora della sua protezione.

Marchese. Sì, certamente. Io la proteggo, e proteggo tutti quelli che vengono nella sua locanda; e se vi occorre nulla, comandate.

Ortensia. Occonendo, mi prevarrò delle sue finezze.

Marchese. Anche voi, signora Contessa, fate capitale di me.

Dejanira. Potrò ben chiamarmi felice, se avrò l’alto onore di essere annoverata nel ruolo delle sue umilissime serve.

Mirandolina. (Ha detto un concetto da commedia). (ad Ortensia)

Ortensia. (Il titolo di contessa l’ha posta in soggezione). (a Mirandolina)

(Il Marchese tira fuori di tasca un bel fazzoletto di seta, lo spiega, e finge volersi asciugar la fronte.)

  1. Nell’ed. Pap. leggesi Tripopoli, com’era forse nel manoscritto più antico.