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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/227


LA LOCANDIERA 215


Cavaliere. Vi ringrazio: ma ne anche per questo verso vi riuscirà di far con me quello che avete fatto col Conte e col Marchese.

Mirandolina. Che dice della debolezza di quei due cavalieri? Vengono alla locanda per alloggiare, e pretendono poi di voler far all’amore colla locandiera. Abbiamo altro in testa noi, che dar retta alle loro ciarle. Cerchiamo di fare il nostro interesse; se diamo loro delle buone parole, lo facciamo per tenerli a bottega; e poi, io principalmente, quando vedo che si lusingano, rido come una pazza.

Cavaliere. Brava! Mi piace la vostra sincerità.

Mirandolina. Oh! non ho altro di buono, che la sincerità.

Cavaliere. Ma però con chi vi fa la corte, sapete fìngere.

Mirandolina. Io fingere? Guardimi il cielo. Domandi un poco a quei due signori che fanno gli spasimati per me, se ho mai dato loro un segno d’affetto. Se ho mai scherzato con loro in maniera che si potessero lusingare con fondamento. Non li strapazzo, perchè il mio interesse non lo vuole, ma poco meno. Questi uomini effeminati non li posso vedere. Siccome abborrisco anche le donne, che corrono dietro agli uomini. Vede? Io non sono una ragazza. Ho qualche annetto; non son bella, ma ho avute delle buone occasioni; eppure non ho mai voluto maritarmi, perchè stimo infinitamente la mia libertà.

Cavaliere. Oh sì, la libertà è un gran tesoro.

Mirandolina. E tanti la perdono scioccamente.

Cavaliere. So ben io quel che faccio. Alla larga.

Mirandolina. Ha moglie V. S. illustrissima?

Cavaliere. Il cielo me ne liberi. Non voglio donne.

Mirandolina. Bravissimo. Si conservi sempre cosi. Le donne, signore ... Basta, a me non tocca a dirne male.

Cavaliere. Voi siete per altro la prima donna, ch’io senta parlar così.

Mirandolina. Le dirò: noi altre locandiere vediamo e sentiamo delle cose assai; e in verità compatisco quegli uomini che hanno paura del nostro sesso.