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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/213


LA LOCANDIERA 201


SCENA II.
Fabrizio e detti.

Fabrizio. Mi comandi, signore. (al Marchese)

Marchese. Signore? Chi ti ha insegnato la creanza?

Fabrizio. La perdoni.

Conte. Ditemi: come sta la padroncina? (a Fabrizio)

Fabrizio. Sta bene, illustrissimo.

Marchese. È alzata dal letto?

Fabrizio. Illustrissimo sì.

Marchese. Asino.

Fabrizio. Perchè, illustrissimo signore?

Marchese. Che cos’è questo illustrissimo?

Fabrizio. È il titolo che ho dato anche a quell’altro cavaliere.

Marchese. Tra lui e me vi è qualche differenza.

Conte. Sentite? (a Fabrizio)

Fabrizio. (Dice la verità. Ci è differenza: me ne accorgo nei conti). (piano al Conte)

Marchese. Di’ alla padrona che venga da me, che le ho da parlare.

Fabrizio. Eccellenza sì. Ho fallato questa volta?

Marchese. Va bene. Sono tre mesi che lo sai; ma sei un impertinente.

Fabrizio. Come comanda, Eccellenza.

Conte. Vuoi vedere la differenza che passa fra il Marchese e me?

Marchese. Che vorreste dire?

Conte. Tieni. Ti dono uno zecchino. Fa che anch’egli te ne doni un altro.

Fabrizio. Grazie, illustrissimo, (al Conte) Eccellenza... (al Marchese)

Marchese. Non getto il mio, come i pazzi. Vattene.

Fabrizio. Illustrissimo signore, il cielo la benedica. (al Conte) Eccellenza. (Rifinito. Fuor del suo paese non vogliono esser titoli per farsi stimare, vogliono esser quattrini). (da sè; parte)