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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/212

200 ATTO PRIMO


Marchese. Oh basta: son chi sono, e mi si deve portar rispetto.

Conte. Chi ve lo perde il rispetto? Voi siete quello, che con troppa libertà parlando...

Marchese. Io sono in questa locanda, perchè amo la locandiera. Tutti lo sanno, e tutti devono rispettare una giovane che piace a me.

Conte. Oh, quest’è bella! Voi mi vorreste impedire ch’io amassi Mirandolina? Perchè credete ch’io sia in Firenze? Perchè credete ch’io sia in questa locanda?

Marchese. Oh bene. Voi non farete niente.

Conte. Io no, e voi sì?

Marchese. Io sì, e voi no. Io son chi sono. Mirandolina ha bisogno della mia protezione.

Conte. Mirandolina ha bisogno di denari, e non di protezione.

Marchese. Denari?... non ne mancano.

Conte. Io spendo uno zecchino il giorno, signor Marchese, e la regalo continuamente.

Marchese. Ed io quel che fo non lo dico.

Conte. Voi non lo dite, ma già si sa.

Marchese. Non si sa tutto.

Conte. Sì, caro signor Marchese, si sa. I camerieri lo dicono. Tre paoletti il giorno.

Marchese. A proposito di camerieri; vi è quel cameriere che ha nome Fabrizio, mi piace poco. Parmi che la locandiera lo guardi assai di buon occhio.

Conte. Può essere che lo voglia sposare. Non sarebbe cosa mal fatta. Sono sei mesi che è morto il di lei padre. Sola una giovane alla testa di una locanda si troverà imbrogliata. Per me, se si marita, le ho promesso trecento scudi.

Marchese. Se si mariterà, io sono il suo protettore, e farò io... E so io quello che farò.

Conte. Venite qui: facciamola da buoni amici. Diamole trecento scudi per uno.

Marchese. Quel ch’io faccio, lo faccio segretamente, e non me ne vanto. Son chi sono. Chi è di là? (chiama)

Conte. (Spiantato! Povero e superbo!) (da sè)