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quanto facilmente nel dipingere la natura si possano prendere degli abbagli. Se dunque non ho coraggio di favellare di me, come arrischiarmi potrei a ragionare qualche poco di Voi? In una lettera che precede, e dedica, ed offerisce un’Opera, qualunque siasi, pare necessarissimo l’elogio del Mecenate. Io mi confesso volonteroso di farlo, ma incapace di mettere la volontà mia in effetto. Entrar io non posso, senza confondermi, nelle dignità, nelle glorie dell’antichissima Vostra Famiglia, e molto meno delle infinite eroiche virtù che vi adornano ragionare potrei. Appresi sin da principio difficilissimo cotale impegno. Ho empito un foglio non saprei dire io medesimo di quai parole. Inutili forse tutte, fuori di queste ultime, colle quali vi chiedo dell’ardir mio umilmente perdono, raccomando me e la Commedia mia all’altissima protezione Vostra, e con profondissimo ossequio umilmente m’inchino.

Di V. S. Illustriss. e Clariss.


Umiliss. Devotiss. e Obbligatiss. Serv.
Carlo Goldoni.