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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/129


Arlecchino. Gnanca mi no l’ ho da saver ?

Corallina. Signor no.

Arlecchino. Mo se ho da esser to mari.

Corallina. Ma non lo sei ancora.

Arlecchino. Corallina, mi ho paura che ghe sia dell’ imbroio.

Corallina. Che imbroglio?

Arlecchino. Vói saver dove è la to dota.

Corallina. Te lo dirò, ma non lo dir a nessuno.

Arlecchino. ^ No dubitar, che no parlo.

Corallina. E nelle mani del signor Pantaloncino.

Arlecchino. E la se va ingrossando ?

Corallina. Sì, mi paga il dieci per cento, e va il prò sopra il capitale; in poco tempo si raddoppierà. Ma guarda ve, non lo dir a nessuno.

Arlecchino. No gh’è pericolo. Ma no se poderìa maridarse, e lassar che la dota cressesse?

Corallina. Certamente che si potrebbe.

Arlecchino. Penseghe, e risolvi.

Corallina. Ci penserò.

Arlecchino. E avverti ben sora tutto, fedeltà e onoratezza.

Corallina. Sai chi sono. Non vi è pericolo.

Arlecchino. Coi omeni no te ne impazzar.

Corallina. Non mi lascierei toccar un dito, se mi dessero due zecchini.

Arlecchino. Eh, fina un deo ... per do zecchini.

Corallina. Basta; son donna che mi saprò regolare.

Arlecchino. E mi son omo che sa adattarse alle congiunture.

Corallina. Basta, parleremo.

Arlecchino. Destrighemose presto.

Corallina. Ma di quel che t’ho detto, zitto.

Arlecchino. Zitto.

Corallina. (Se sapessi come far entrar in quella borsa degli altri zecchini. Basta, m’ingegnerò). (via)

Arlecchino. Per alter, se ha da cresser la dote de mia mug- gier, l’ho da saver anca mi.