Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, VI.djvu/173


L'INCOGNITA 163

SCENA XV.

Florindo e detti.

Florindo. Come? Voi partirete senza vedermi?

Rosaura. Oimè! Qual vista? Caro Florindo...

Ridolfo. (Ora è men facile condurla meco). (da sè)

Florindo. Signore, perchè volete involarmi la mia Rosaura? Mia l’ho fatta con il mio amore, mia col sagrificio della mia vita, e non vi sarà sulla terra chi possa contrastarmi il possesso del di lei cuore.

Ridolfo. Sì, vi sarà.

Florindo. E chi fìa quest’ardito?

Ridolfo. Io, che distaccandola dal vostro fianco...

Florindo. Ah, vecchio insensato.... (mette mano sulla spada)

Rosaura. Fermatevi, egli è mio padre.

Florindo. Vostro padre?

Ridolfo. Sì, giacchè l’incauta m’ha discoperto, sì, son suo padre. Avete voi ritrovato chi vi potrà contrastare il possesso del di lei cuore?

Florindo. Ah, perchè piuttosto non ho io ritrovato un padre amoroso, che mi accordi il possesso della sua cara figliuola?

Ridolfo. Perchè con altri ho disposto della sua mano.

Florindo. Oh Dio! Voi mi uccidete. E voi, Rosaura, soffrirete d’abbandonarmi?

Rosaura. Ah, quanto terminerei volentieri col mio morire il contrasto di due sì teneri affetti.

SCENA XVI.

Beatrice ed i suddetti.

Beatrice. Olà, che si fa in queste stanze?

Ridolfo. Signora, ci siamo con licenza del padrone di casa.

Beatrice. Ed io, che sono la padrona, vi prego andarvene in altro luogo.