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478 ATTO SECONDO

Aspasia. Le sue buffonerie non sono a proposito per il mio caso.

Sancio. Va, trova il segretario, e digli che venga da me.

Arlecchino. Come comandela che vada? Da camerier, da staffier, da cogo, da carrozzier o da mistro de casa?

Sancio. Va come vuoi, ma sbrigati.

Arlecchino. Se vado da camerier, me metterò spada in centura, perucca spolverizzada e la camisa coi maneghetti del padron. Se anderò da staffier, prima de far l’ambassada, dirò mal dei mi padroni colla servitù. Se anderò da cogo, me porterò el mio boccaletto con mi; se anderò da carrozzier, darò urtoni e spentoni senza discrezion; e se anderò da mistro de casa, anderò con un seguito de tutti quei botteghieri, che ghe tien terzo a robar. Ma se avesse d’andar dal segretario, vorria andar con una zirandola in man.

Sancio. Perchè con una girandola?

Arlecchino. Perchè el vostro segretario se serve de vu, giusto come una zirandola da putei1. (parte)

SCENA X2.

Don Sancio e Donna Aspasia.

Sancio. Tutti l’hanno con quel povero segretario.

Aspasia. Ah pazienza! (mostra di piangere)

Sancio. Che cosa avete?

Aspasia. Quando penso alle mie disgrazie, mi vien da piangere.

Sancio. (Povera donna, mi fa pietà!) (da sè)

Aspasia. Bisogna pagare.

Sancio. Via, pagherò.

Aspasia. Cento doppie non sono un soldo.

Sancio. Pazienza, pagherò io.

Aspasia. Ma se si saprà che le date voi, povera me! Sarò la favola della città.

  1. Da fanciulli.[nota originale]
  2. È unita nell’ed. Bett. alla scena preced.