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148 ATTO SECONDO

Arlecchino. (Star fresco, star fresco). (da sè, con paura)

Onofrio. Amico, queste risoluzioni repentine sono per lo più sconsigliate e importune. Pensateci un poco. Fate una cosa; desinate e frattanto avrete luogo a riflettere. (a Florindo)

Florindo. Vi ho pensato tanto che basta. E voi, signor conte Onofrio, in questo non ci avete da entrare.

Onofrio. C’entro, perchè siete mio buon amico.

Florindo. Se foste mio amico, non mi avreste piantato qui come un villano, obbligandomi a venire a piedi, quando voi andavate in carrozza.

Rosaura. Veramente mio marito non dice male, e se non avessi avuto riguardo alla contessa Beatrice, non sarei nemmen io venuta nella vostra carrozza.

Florindo. Ho piacere che ancor voi comprendiate la verità1. (a Rosaura) Metti quell’abito nel baule. (ad Arlecchino, come sopra)

Rosaura. Lascia stare. Portalo nel guardaroba. (al medesimo, come sopra)

Onofrio. Io resto stordito di questa cosa. Non ci ho abbadato. Se mi dicevate qualche cosa, vi dava volentieri il mio posto, ed io sarei stato qui ad aspettarvi, e mi sarei divertito col vostro cuoco.

Rosaura. Sentite? Non l’ha fatto a malizia, non l’ha fatto per disprezzo, ma con inavvertenza. Vi domanda scusa, che cosa volete di più?2 (a don Florindo) Moro, va via con quell’abito. (ad Arlecchino)

Florindo. Fermati. (ad Arlecchino) Ma che abbiamo da fare in Palermo? Che cosa possiamo sperare da queste dame?

Rosaura. Oh, se sapeste, marito mio, quante cortesie ho ricevute, voi stupireste. Non è vero, conte Onofrio?

Onofrio. Verissimo.

Rosaura. Vi era la contessa Eleonora: che galante3 dama! Vi era la contessa Clarice: che dama compita! Mi hanno fatto tante finezze; mi hanno fatto sedere in mezzo di loro, non si

  1. Segue in Bett.: «Onof. Io resto ecc.».
  2. Segue in Bett.: «Ros. Oh, se sapeste ecc.».
  3. Bett.: garbata.