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530 ATTO PRIMO

Lelio. Sposar vorrei la mia adoratissima Fiammetta.

Beatrice. Può essere che voi crepiate prima di me; e che io abbia la consolazione di vedermi libera da un così cattivo marito.

Lelio. (Il diavolo ce l’ha portata). (da sè)

Fiammetta. (Ora sto fresca). (da sè)

Beatrice. E tu, impertinente, sfacciata, levati dalla mia presenza, e preparati andar fuori di questa casa.

Fiammetta. Signora padrona, compatisco la vostra collera, ma io non la merito. Che il vostro marito mi perseguiti colle sue leggerezze, non è colpa mia. Correggete lui, e non rimproverate me; e se volete ch’egli vi ami più e vi tratti meglio, tormentatelo meno. (parte)

SCENA IX.

Beatrice e Lelio.

Beatrice. Che temerità! Signor consorte garbatissimo, vi pare una cosa ben fatta? Divertirvi colla cameriera1?

Lelio. Fiammetta è una giovine onesta, e non potete rimproverarmi, se ho per lei della stima.

Beatrice. Che stima! Che cos’è questa stima? Per me dovete aver della stima, e non per la serva.

Lelio. Cara Beatrice, io vi amo, io vi adoro, ma più vi amerei, se foste meno gelosa.

Beatrice. Che forse2 non ho ragione d’esser gelosa? Voi con tutte le donne fate il cascamorto. Padrone e serve, dame e pedine, tutte vi piacciono. Alla moglie non ci pensate. Tutto il vostro studio consiste nel farvi un bel tuppè, per correggere i difetti della natura. Vi rendete sino ridicolo per queste vostre affettazioni, e ho da star cheta, e ho da soffrire, e non ho da esser gelosa?

Lelio. (Sentite la femminile3 malizia!) (da sè) Se procuro comparire con pulizia, fo il mio dovere; se qualche bella mi distingue,

  1. Bett.: colla cameriera, eh?
  2. Pasq.: Che? Forse ecc.
  3. Bett.: femminina.