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LA FAMIGLIA DELL'ANTIQUARIO 371

Pancrazio. Per quel poco che ho veduto, sono cose che possono valere cento scudi, se vi arrivano.

Anselmo. Dubito, o che vi vogliate prendere spasso di me, o che lo facciate per indurmi a vendervi queste robe a buon mercato; ma v’ingannate, se lo credete.

Pancrazio. Io sono un uomo d’onore. Non son capace d’ingannarvi; ma vi dico bensì che siete stato tradito.

Pantalone. E chi l’ha tradio xe quel baron de Brighella.

Anselmo. Brighella è onorato.

Pantalone. Brighella xe un furbazzo e ghe lo proverò.

Anselmo. Come lo potete dire! Come lo potete provare?

Pantalone. Se recordela dell’Armeno che gh’ha vendù el lume eterno delle piramidi d’Egitto e tutte quell’altre belle cosse?

Anselmo. Me ne ricordo sicuro; e quella pure è stata un’ottima spesa.

Pantalone. Con so bona grazia, l’aspetta un momento: el xe qua, ghel fazzo vegnir. (parte)

Anselmo. Avrà qualche altra cosa rara da vendere.

Pancrazio. Caro signor Conte, mi dispiace sentire ch’ella getti malamente i suoi denari.

Anselmo. Compatitemi, non ne sono ancor persuaso. Brighella mi ha fatto fare questo negozio. Brighella se ne intende quanto voi, e non è capace d’ingannarmi.

Pancrazio. Brighella se ne intende quanto me? Mi fa un bell’onore. Signor Conte, io sono venuto per illuminarla, mosso dall’onestà di galantuomo ed eccitato a farlo dal signor Pantalone. Vossignoria è attorniato da bricconi che l’ingannano e le fanno comprare delle porcherie, e però...

Anselmo. Mi maraviglio; me n’intendo; non sono uno sciocco. (alterato)

Pancrazio. Servitore umilissimo. (parte)

Anselmo. Che caro signor Pancrazio! Parla per invidia. Vorrebbe discreditare la mia galleria, per accreditare la sua. Me n’intendo; conosco; non mi lascio gabbare.