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IL CAVALIERE E LA DAMA 269


sono cose che passano presto, ma i buoni costumi, la virtù e la prudenza stabiliscono la vera pace delle famiglie.

Eleonora. Oh, se vi fossero al mondo padri della vostra sorta, quanto meno tristi figliuoli si vedrebbero!

Anselmo. Signora, s’ella mi dà licenza, le leverò l’incomodo.

Eleonora. Così presto volete privarmi delle vostre grazie?

Anselmo. Ho da badare a’ miei interessi, e non ho tempo da gettar via; quello che io aveva da dirle, l’ho detto. Ella pensi e risolva; e quando averà risoluto, mi avvisi: si fidi di me, e non pensi ad altro. La cosa passerà con segretezza fra lei e me. Troveremo un pretesto per far credere al mondo che la provvidenza sia derivata o dai parenti,1 o dal fisco. Non voglio che si sappia che lo fo io; perchè chi dona, e fa sapere d’aver donato, mostra d’averlo fatto per ambizione, e non per zelo, nè per buon cuore, e quando il benefattore fa arrossire la persona beneficata, vende a troppo caro prezzo qualsisia benefizio. Le fo umilissima riverenza. (parte)

SCENA X.

Donna Eleonora, poi Colombina, poi il Dottore Buonatesta.

Eleonora. Io rimango incantata! Gran bontà del signor Anselmo! Gran provvidenza del cielo nei miei disastri!

Colombina. Signora, il signor Dottore.

Eleonora. Fa che passi, mi porterà la sentenza.

Colombina. (Se lo credo, ch’i’arrabbi). (da sè) Venga, venga, signor Dottore.

Eleonora. Consolati che, se la causa andasse male, il cielo mi ha provveduta per altra parte.

Colombina. Sì? me ne rallegro.

Dottore. Fo riverenza alla signora donna Eleonora. Mi dispiace della morte del signor don Roberto. Che vuol ella fare? Si consoli. Siamo tutti mortali. (in atto di mestizia)

  1. Bett. e Sav. aggiungono: dal marito.