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240 ATTO SECONDO


Niuno meglio di voi può dirlo, e ve lo chiedo in un tempo che niente può stimolarvi a celare la verità.

Eleonora. Sì, don Rodrigo, la vostra onestà, la vostra cavalleria non può arrivare più oltre. Ella però non avrebbe un gran merito, quando avesse per me dell’indifferenza.

Rodrigo. Senza offendere l’onestà della dama, può anche soffrire qualche inclinazione per essa il cavaliere più saggio. Basta che non permetta egli mai che giungano i fantasmi d’amore a intorbidare la purezza delle sue intenzioni.

Eleonora. E chi può compromettersi di una sì bella virtù?

Rodrigo. Ognuno che non ha per costume l’essere dissoluto. Non nego che possano talvolta sorprendere un cuore il più illibato, il più onesto, pensieri scorretti e pericolosi, ma con una politica distrazione si troncano, dandosi a far qualche cosa, chiamando un servo...

Eleonora. Colombina. (chiama)

Colombina. Illustrissima. (viene)

Eleonora. Termina quella scuffia.

Rodrigo. (Ho inteso, donna Eleonora ha bisogno della distrazione). (da sè) Signora, è tempo che io vi levi il disturbo. (s’alzano)

Eleonora. Perchè sì presto? Ho chiamato la serva, perchè mi preme la scuffia.

Rodrigo. Un affare di qualche rimarco mi chiama altrove.

Eleonora. Non so che dire, siete padrone1. (Resisti, o mio cuore).

Rodrigo. (Trionfa, o mia virtù). (si guardano con passione)

Colombina. (Ecco le solite occhiate patetiche). (da sè)

Rodrigo. Donna Eleonora, son vostro servo.

Eleonora. Addio, don Rodrigo. (don Rodrigo mira donna Eleonora, fa riverenza e parte)

Colombina. Bellissimi quei muti complimenti, vagliono cento volte più delle vostre parole2. (parte)

  1. Bett. e Sav.: voi siete il padrone di voi medesimo.
  2. Segue nelle edd. Bett. e Sav.: «Eleon. Bada a te, bada a te; va via, che farai meglio. Col. Anderò a vedere se mi riesce di piluccar qualche cosa da D. Rodrigo. Vo far presto, avanti che scenda le scale».